comunicazione sociale

          Comunicazione sociale

Agli inizi degli anni settanta in Italia inizia una svolta che possiamo definire epocale, la pubblicità che finora aveva mirato ai soli scopi commerciali si affaccia al settore sociale cambiando gli schemi considerativi e valutativi di ciò che poteva essere considerata finora la pubblicità, cioè mero strumento di manipolazione delle masse e di incitazione al consumismo. La prima campagna sociale istituzionale fu quella sull’AIDS nel 1988 è a questa campagna che si dà il merito di aver fatto conoscere agli italiani la malattia e i suoi effetti. Questa campagna quindi decretò l’inizio di un percorso che non si è mai fermato e che nel corso degli anni ha lavorato su temi sociali quali il tabagismo, la sicurezza sul lavoro, educazione alimentare, guida in stato di ebbrezza ecc. Tutte campagne pubblicitarie con temi sociali che miravano non più ad un fine commerciale ma ad un fine sociale. Le campagne di comunicazione sociale rivestono un carattere di interesse sociale comune e non hanno scopo di lucro come invece accade per le campagne pubblicitarie commerciali. Quindi lo scopo della comunicazione sociale è quello di portare l’attenzione del cittadini su tematiche sociali e di interesse comune e di riuscire a correggere comportamenti o atteggiamenti non adeguati in riferimento al problema che la campagna presenta. Un informazione non partecipata come può essere quella della pubblicità commerciale limita il suo impatto a livello cognitivo. Non c’è interattività con il pubblico, non c’è formazione, non c’è adattamento del messaggio ricevuto. Al contrario l’obiettivo del processo di una buona comunicazione sociale, è quello di colpire il target di riferimento non solo sul fronte del sapere (essere informati su un prodotto, un servizio o un problema sociale) ma anche su quello del saper essere e saper fare:

SAPERE: essere informati: è la tipica modalità con cui si raggiunge il pubblico di riferimento;
SAPER ESSERE: essere motivati e sensibilizzati: soggetti cioè pronti al cambiamento;
SAPER FARE: trasmettere a nostra volta: soggetti che diventano portatori sani di “comunicazione sociale” e spingono a loro volta la collettività verso il cambiamento.

Strategia di comunicazione: le sfide di un’azione.

Se non ci si avvale di un buon piano di comunicazione è ben difficile pensare di compiere un corretta azione di comunicazione. Perché la nostra comunicazione abbia effetto la nostra immagine deve essere il più possibile coerente, deve avere un look ben preciso, questo ci aiuta a consolidare il nostro brand e nel contempo ci rende riconoscibili e “ricordabili”. Ma fare un piano di comunicazione significa soprattutto stabilire una “strategia di comunicazione”. Si tratta di creare una immagine positiva e svilupparla in tempi lunghi; questo significa rafforzare i rapporti con gli enti pubblici, investire nelle professionalità della comunicazione senza improvvisare con personale inadeguato. Per una buona  strategia di comunicazione è necessario  allargare il campo di diffusione dell’immagine: campagne stampa nazionali e conferenze stampa (quando servono), maggiore investimento in termini pubblicitari, organizzazione di eventi come seminari e dibattiti (sempre e solo se abbiamo veramente qualcosa da dire), insomma tutto ciò che torna utile per creare un movimento di opinione attorno ad uno specifico progetto. In conclusione, queste sono alcune azioni che la strategia di comunicazione deve fare per essere efficace:

1) dovrà produrre messaggi profondi capaci di scuotere l’intimo delle persone, e non essere soltanto strumentali e superficiali.

2) Dovranno essere trattati argomenti ampi e interessanti per i destinatari, non soltanto per i comunicatori.

3) L’azione di comunicazione dovrà avere tempi sufficientemente lunghi per essere assimilata, e semmai dovrebbe prevedere un’istituzionalizzazione e quindi una permanenza (no quindi alla comunicazione intermittente, più dannosa del silenzio).

4) La comunicazione dovrà essere legata alla realtà e a problemi sociali che coinvolgono la collettività: i vantaggi dovranno risultare lampanti e allo stesso tempo non ci saranno promesse non mantenute. Se si decide, infatti, di creare intenzionalmente un’azione di comunicazione sociale, si deve sapere che la stessa azione deve indurre ad un comportamento da parte del ricevente la comunicazione, insomma comunichiamo per creare un cambiamento, altrimenti non è comunicazione, ma semplice informazione.